Home Articoli Art. 18 : “ Heri dicebamus”
Art. 18 : “ Heri dicebamus” PDF Stampa E-mail
Scritto da Criteria Ricerche   
Martedì 14 Ottobre 2014 07:59

18 della Legge n. 300/1970 ( Statuto dei Lavoratori), relativo alla disciplina dei licenziamenti  individuali, è, in questi giorni ed in queste ore, uno dei principali argomenti di discussione in sede  politica e nell’ambito degli organi di informazione.  E’ stato, quindi, per me, inevitabile ricondurmi ad un mio scritto del 2 aprile 2012 (cfr. su  www.criteriaonline.it), con riferimento, all’epoca, alle modifiche poi apportate al suddetto art. 18  dalla legge n. 92/2012 ( così detta “Legge Fornero”).  Ed è con un certo stupore che ho potuto constatare come buona parte del succitato documento  sembrerebbe, in realtà, scritta oggi.  La qual cosa dimostra come sia alquanto stantio ed ossessivamente ripetitivo il dibattito odierno  sull’argomento in oggetto.  La verità è che, almeno a mio avviso, si cerca, ancora una volta, di girare intorno al problema o, per  meglio dire, di aggirarlo, alla ricerca di un compromesso che possa accontentare tutti. E, di nuovo, v’è il rischio o di lasciare tutto come prima o, addirittura, di peggiorare le cose.  La novità principale della così detta “Legge Fornero” in tema di licenziamenti individuali è stata  quella di limitare la reintegra nel posto di lavoro ai licenziamenti disciplinari ingiustificati per  insussistenza del fatto contestato o perché quest’ultimo rientrava tra le condotte punibili con una  sanzione conservativa, secondo le previsioni del CCNL applicabile.  Prima della modifica, la reintegra, invece, era prevista in ogni caso di mancanza di giusta causa o di  giustificato motivo.  Allo stesso modo, per i licenziamenti per motivi economici ( giustificato motivo oggettivo)  la reintegra veniva limitata al caso di manifesta insussistenza di tali motivi oppure per ragioni  discriminatorie o disciplinari dissimulate.  Ciò premesso, come si può dedurre dalle mie note del 2 aprile del 2012, la maggiore criticità della  disciplina di cui alle modifiche apportate veniva unanimemente individuata dalla migliore dottrina  giuslavoristica e dagli operatori economici e sindacali nell’estrema aleatorietà applicativa delle  norme, essendo riconosciuta al giudice una discrezionalità valutativa pressoché assoluta.  Peraltro, già la prima pronuncia ( ordinanza in data 15 ottobre 2012 del Tribunale di Bologna), dopo  l’entrata in vigore della nuova disciplina, confermava in pieno la suddetta criticità.  Circa, infatti, l’inesistenza del fatto contestato, nella pronuncia si diceva che esso “ non si  identifica con il fatto materiale”, bensì nel “ fatto giuridico “ , da intendersi “ come fatto  globalmente accaduto, nell’unicum della sua componente oggettiva e nella sua componente  inerente all’elemento soggettivo”, quale, per esempio, come in quel caso, lo “ stato psicologico del  lavoratore”.  In altre parole, sebbene il fatto addebitato al dipendente fosse vero, esso, tuttavia, doveva essere  giudicato inesistente, comportando, quindi, la reintegra, poichè riconducibile ad elementi soggettivi  estranei al fatto, quest’ultimo inteso nella sua pura e semplice materialità.  Una disciplina, dunque, più simile ad un giuoco d’azzardo che a come l’insigne giurista, Piero  Calamandrei, nel suo Saggio, risalente all’inverno tra il 1943 ed il 1944, “ Non c’è libertà senza  legalità”, Lateza Editore, 2013, definiva la certezza del diritto “ Cioè certezza dei limiti entro i    quali si estende la libertà di ciascuno ed al di là dei quali comincia la libertà dell’altro: certezza  del diritto, ossia possibilità pratica per ciascuno di conoscere, prima di agire, quali sono le azioni  lecite e quali quelle vietate, ossia quali sono le azioni che egli può compiere per esercitare la sua  libertà senza violare insieme la libertà altrui”.  Ora, si potrebbe dire, ci risiamo o, per lo meno, rischiamo di riesserci.  Non si vorrebbe, cioè, che, nel lodevole intento di dare finalmente vita ad una disciplina semplice,  chiara, che eviti o limiti al massimo ambiguità, dubbi ed incertezze interpretative ed applicative  e che limiti al massimo la discrezionalità del giudicante, si cambi tutto, per dirla con il Principe  Tomasi di Lampedusa, perché tutto rimanga come prima o peggio.  Che cosa vuol dire, infatti, che la reintegra continuerà ad applicarsi ai licenziamenti individuali ?  Quale sarebbe, in questo caso, il quid novi rispetto alla “ Legge Fornero” ?  Si parla, genericamente, della tipizzazione delle fattispecie di reintegra nel decreto o nei decreti  attuativi della delega di cui al così detto “ Jobs Act” ( a proposito, perché non chiamarlo “ Nuova  disciplina del lavoro”, forse perchè l’uso dell’inglese è più “ cull” dell’italiano e forse fa più fino,  così come “ spending review” al posto di “ revisione della spesa” ?).  In quanto si tratta di licenziamenti disciplinari, la suddetta tipizzazione, a me pare assai ardua.  Come si fa, infatti, mi chiedo e chiedo, a tipizzare secondo una casistica tassativa ed esaustiva,  possibili fattispecie di giusta causa o di giustificata motivo oggettivo, in mancanza delle quali, e  solo di quelle, si applica la reintegra ?  E come si fa a rendere omogenee e tipizzate condotte punibili con una sanzione conservativa e  condotte punibili con una sanzione espulsiva, dovendo rifarsi a contratti collettivi che possono  prevedere, in taluni casi, la stessa condotta punibile con una sanzione conservativa e, in talaltri,  con una sanzione espulsiva ? Senza considerare che anche i contratti collettivi, in genere, si rifanno  genericamente a notevoli inadempimenti di obblighi di fonte contrattuale o legislativa.  Sarebbe costituzionalmente legittimo che, a parità di gravità di cause e di inadempimento di  obblighi, vi sia, oppure no, la reintegra, a seconda che quelle cause o quegli inadempimenti  risultino, oppure no, contemplati nelle tipizzazioni ex lege ?  Sarebbe, altresì, costituzionalmente legittimo che, con norma ordinaria, si precludesse al giudice di  dare la corretta qualificazione giuridica ai fatti sottoposti al suo esame, determinandone gli effetti  conseguenti ?  Quanto, poi, all’idea che, pure, sta circolando, che con i decreti legislativi delegati si possa fare  tutto o quasi tutto, trattasi di una convinzione infondata.  Secondo l’art. 76 della Costituzione, nella legge di delegazione devono essere fissati i principi ed i  criteri direttivi cui il Governo deve attenersi nell’esercizio della delega.  Pertanto, ove nella legge di delegazione fosse fissato il principio che la reintegra si applica ai  licenziamenti disciplinari, non sarebbe legittimo che, in sede di attuazione della delega, alcuni di  tali licenziamenti, qualificabili oggettivamente come disciplinari, fossero esclusi dalla suddetta  reintegra.  Neppure sarebbe costituzionalmente legittimo ( delega in bianco) un puro e semplice rinvio al  decreto o ai decreti delegati, contenuto nella delega, della tipizzazione di licenziamenti disciplinari  comportanti la reintegra, in quanto la delega dovrebbe, in questo caso, indicare i principi ed i criteri  direttivi di tale tipizzazione.  La verità, se non si vogliono fare pasticci o vendere illusioni o creare una disciplina che si riduca  sostanzialmente alla ricognizione dell’esistente e dell’ovvio, è che occorre fare scelte nette e chiare  di politica socio-economica.  Fatti salvi i licenziamenti discriminatori, di cui non varrebbe neanche la pena di parlare, posto che,  così come già evidenziato nel mio scritto del 2 aprile 2012, essi sono nulli in quanto contra legem,  relativamente ai quali, pertanto, il ripristino del rapporto di lavoro prescinde dall’art. 18, tanto  è vero che il ripristino è previsto anche per i licenziamenti discriminatori dei dirigenti, ai quali,  come è noto, l’art. 18 non si applica, la verità vera, qualora si voglia, sul serio, riformare l’attuale  disciplina, non può che consistere nell’introdurre, per ogni altra fattispecie di licenziamento    illegittimo, diverso da quello discriminatorio, al posto della tutela ripristinatoria ( tutela reale ) ex  art. 18, esclusivamente una tutela risarcitoria economica per equivalente ( art. 2058 , 2° comma,  C.C.).  L’entità del risarcimento, tra un minimo ed un massimo predeterminati, sarebbe stabilita dal  giudice in base alla gravità del comportamento del datore di lavoro e a parametri, quali quelli  dell’età, dell’anzianità di servizio, delle condizioni economiche, delle possibilità di reimpiego, della  maggiore o minore distanza dall’età pensionabile, del lavoratore.  Solo così potranno essere eliminate o notevolmente limitate le aree e le incertezze, per il lavoratore  ed il datore di lavoro, insite oggi nelle conseguenze di un licenziamento ingiustificato.  Naturalmente restano aperte le questioni relative all’introduzione di significativi ed universali  ammortizzatori sociali, al loro costo ed al rafforzamento e sviluppo di serie ed effettive politiche  attive per il reimpiego; questioni, in ordine alle quali, mi riporto al mio scritto del 2 aprile 2012.  Da ultima, ma non per importanza, una notazione di carattere generale.  Il reiterato ricorso ai decreti d’urgenza ed alle leggi di delega in uno con l’apposizione della fiducia  da parte del Governo in sede di conversione dei primi e di approvazione delle seconde rischia o può  rischiare di violare l’art. 70 della Costituzione, secondo cui “ la funzione legislativa è esercitata  collettivamente dalle Camere” (“Negli Stati che si ispirano al principio della separazione dei  poteri e della soggezione della giurisdizione e dell’amministrazione alla legge, l’adozione delle  norme primarie spetta agli organi o all’organo il cui potere deriva direttamente dal popolo”, Corte  Costituzionale, sentenza n. 171 del 2007) .  Né vale, a mio avviso, l’obiezione che il suddetto ricorso è necessitato dall’esigenza di efficienza  ed efficacia della produzione legislativa, poiché tali efficienza ed efficacia possono essere  legittimamente garantite, invece che dall’illegittima invadenza del potere esecutivo in quello  legislativo, da idonee modifiche dei Regolamenti parlamentari, in particolare limitative di forme  esasperate di “ filibustering”.  E’, quindi, auspicabile che il Presidente della Repubblica, con un proprio messaggio alle Camere,  ai sensi dell’art. 87, 2° comma, della Costituzione, o, per lo meno, con una esternazione atipica  all’opinione pubblica, come fatto , più volte, in passato, voglia richiamare l’attenzione sulla  necessità di evitare l’invadenza di cui sopra.

Avv. Massimo Rossetti.L’art.