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L’evoluzione di una logica imprenditoriale nello sport tra shareholder e stakeholder PDF Stampa E-mail
Scritto da Criteria Ricerche   
Venerdì 28 Gennaio 2011 15:40

Nelle pagine seguenti è riportato uno studio predisposto in occasione del 1° Convegno Nazionale di Federsupporter tenutosi a Genova il 5 ottobre e che ha affrontato le modificazioni sia strutturali che strategiche delle società sportive sempre più travolte da logiche imprenditoriali che non hanno sinora fatto parte del "loro" mondo".In questo acuite dall'ingresso del fair play finanziario nelle dinamiche economiche  imposte dall'UEFA

 

L’evoluzione di una logica imprenditoriale nello sport tra shareholder e stakeholder

di Alfredo Parisi


Credo che tra i numerosi approcci teorici all’impresa nessuno come la teoria degli stakeholder si attagli meglio al mondo dello sport, ed in particolare del calcio.
Infatti, l’importanza dell’influenza che l’ambiente esercita nei confronti della società sportiva condiziona il sistema stesso di governance.

Credo che tra i numerosi approcci teorici all’impresa nessuno come la teoria degli stakeholder si attagli  meglio al mondo dello sport, ed in particolare del calcio.

 

 

Infatti, l’importanza dell’influenza che l’ambiente esercita nei confronti della società sportiva condiziona il sistema stesso di governance.

I gruppi sociali (stakeholder) che ruotano intorno all’impresa sportiva determinano le scelte strategiche delle società, la cui logica evolutiva non può non rispecchiare le attese degli stakeholder, siano essi interlocutori sociali che economico-finanziari. E’ nella risoluzione di questa conflittualità tra interessi diffusi ( stakeholder) ed interessi primari ( dell’impresa) che si realizza il valore aziendale.

In una simile visione, come da tempo teorizzato ( Friedman – 1984), i competitor di settore “.. manifestano interesse al mantenimento delle imprese rivali ritrovando nel fenomeno della concorrenza lo stimolo al cambiamento migliorativo nella ricerca di quel vantaggio competitivo che si traduce nella creazione di valore “ .(1)

Questa considerazione  sembra adattarsi in modo specifico proprio alle imprese calcistiche.

In modo più generalizzante è possibile affermare che “…il calcio è diventato un business grazie alla concorrenza “.

Lo sport in quest’ottica impone “.. la ricerca di risonanza “con i propri interlocutori sociali.

Condizioni di risonanza  che devono essere gestite “…. con i sovrasistemi che esercitano, con maggiore e minore grado di intensità,  pressioni ed attese sul sistema impresa”.(2)

Tale impostazione trova ulteriore conferma nell’approfondita analisi di settore recentemente effettuata, (3) che evidenzia la caratterizzazione dello sport professionistico nel quale interviene “…. una pluralità di attori …. a vari livelli nel processo di produzione caratteristico del settore, ossia l’erogazione della prestazione sportiva, svolgendo una funzione interdipendente e sistemica. “ .

Riprendendo le fila del nostro discorso  e definita l’impresa come sistema, l’ultimo passo nella nostra ricerca di identificazione, anche nominalistica, dell’impresa sportiva ci porta ad inquadrarla come azienda di servizi  in cui “…… il momento della produzione  e del marketing tendono a coincidere sino a costituire una unica funzione .”(4).

In sostanza l’impresa sportiva deve la sua ragione d’esistere alla presenza del proprio cliente-consumatore con il quale concretizza un legame essenziale che la porta a realizzare profitti .

Non è casuale che per tale figura sia stato creato un efficace nominalismo : Prosumer, cioè colui che è contemporaneamente product e consumer del servizio.(5)

Tutto ciò comporta una impostazione strategica sconosciuta nel nostro mondo sportivo  che deve ripensare il proprio ruolo nell’accettazione di una nuova visione che coniughi i principi propri di una sana gestione economica con la capacità di competere e di soddisfare le esigenze  dei propri clienti- consumatori.

In tale accezione e, comunque, nel contesto dei sovrasistemi tipici del mondo sportivo , primi fra tutti  quello istituzionale-amministrativo locale e finanziario e muovendoci nell’alveo della concezione sopra richiamata dell’azienda sportiva erogatrice di servizi , si deve rilevare come non sia  stata  ancora presa in considerazione proprio la figura del consumatore- tifoso, anzi come la stessa sia stata volutamente emarginata .

In verità, in una recentissima pubblicazione (6), il ruolo dei tifosi viene preso in considerazione nel tentativo di disegnare un diverso sistema di governance delle società di calcio.

Il richiamo alle raccomandazioni dell’All Party Parliamentary Football Group, relativamente alla tifoseria inglese, presenta una certa assonanza con l’iniziativa italiana di Federsupporter, nata  nel gennaio 2010 in un contesto di indifferenza e di scetticismo e, comunque, di timore del “nuovo” , in un settore ingessato nei suoi confini ed attori storici .

Elemento di novità e di differenziazione rispetto alle raccomandazioni inglesi è dato dal ruolo istituzionale e sindacale che si propone Federsupporter. Sullo specifico argomento  si tornerà in dettaglio nel prosieguo.

Orbene nella costruzione teorica sulla quale stiamo ragionando Federsupporter diventa uno degli stakeholder o meglio uno dei sovrasistemi con i quali deve interagire la società sportiva.

Il citato studio (7) richiama i concetti sopra espressi ed evidenzia che il sistema sportivo ignora “… il parere dei suoi consumatori… benché questi consumatori siano molto più che normali clienti, in quanto rappresentano spesso il cuore stesso di una società di calcio, la sua memoria storica, le sue aspirazioni presenti e future .”.

Tale impostazione, peraltro, si autoalimenta nel suo percorso evolutivo con un riferimento, non troppo positivo, alla rappresentanza ultras, ancorché non meglio definita sia giuridicamente che istituzionalmente.

Così come l’individuazione nella tessera del tifoso ( per la cui disamina si rinvia al successivo approfondimento) di uno strumento “.. per costruire una forma di rappresentanza della categoria” appare non corretta né perseguibile.

Ma ciò che è importante sottolineare  è che un’ altra voce , autorevole,  si affianca a Federsupporter nel richiamare nel mondo dello sport il ruolo del tifoso- consumatore  rappresentato.

Tutto ciò porta, pertanto, a rivisitare il mondo del calcio e dello sport più in generale,

nel convincimento che “ la squadra di calcio appartiene ad una comunità e il   proprietario non può fare tutto quello che vuole perché l’azienda di calcio non è una azienda come le altre.”.(8)

Al riguardo è rilevante citare alcune delle conclusioni di una ricerca effettuata (9) che, efficacemente, inquadra il fenomeno nei suoi aspetti sociologici.

“….Il calcio conferma innanzitutto, la sua capacità di coinvolgere ed appassionare un’elevatissima porzione della popolazione: quasi una persona su due:……Il calcio si propone ancora come ambito -uno degli ultimi di massa- dove nascono e si consolidano identità forti e durature. Un patrimonio di questi tempi, seppure riferito ad una dimensione del tutto particolare, come quella sportiva ……”

In questa logica l’impresa-calcio nel contesto dei suoi mercati di riferimento deve poter rispondere anche in termini pubblicistici ai principi ed alle norme societarie e non continuare a vivere in un sistema autoreferenziale che marginalizza leggi e regole in un sistema di governo che deve poter rispondere non soltanto a se stesso.

Le anomalie che regolamentano i rapporti tra gli attori dell’impresa, tra i primi i calciatori, sui quali si tornerà in seguito, ne sono un esempio lampante, così come i sistemi di controllo e di rappresentatività delle minoranze azionarie .

La legge n. 91 del 1981 è la pietra angolare sulla quale è stato costruito il sistema sportivo professionistico che andava a modificare la finalità della società prevista dalla precedente delibera della FIGC che nell’obbligare l’assunzione della forma societaria ( spa o srl) alle società sportive ne sanciva l’esclusione di finalità di lucro.

Infatti, con la richiamata legge 91 ( art. 10, 2°è comma) si stabiliva che la società dovesse inserire nel proprio statuto l’obbligo di reinvestimento degli utili generati dalla gestione “ per il perseguimento esclusivo dell’attività sportiva”.

Su questa figura giuridica atipica di società di capitali interveniva, nel dicembre 1995, una decisione della Corte di Giustizia della Comunità Europea ( sentenza Bosman) che nel riconoscere il diritto del calciatore, una volta scaduto il contratto con  la propria società di appartenenza, di trasferirsi ad altra società, senza che quest’ultima fosse tenuta a pagare alcun indennizzo per il trasferimento, così come peraltro previsto dall’art. 6 della legge 91.

L’impatto sui bilanci delle società era dirompente.

Con un intervento legislativo successivo ( D.L. 20/09/1996 n. 485, convertito con modificazioni dalla L. 18/11/1996, n.586) si interveniva, in una logica di salvaguardia delle situazioni patrimoniali delle società sportive professionistiche, modificando le finalità statutarie precedenti e consentendo, come per tutte le società di capitali regolate dal codice civile, la distribuzione degli utili ai soci,con un contemporaneo obbligo, peraltro, di destinazione di una parte marginale degli utili stessi ( 10%) “ a scuole giovanili di addestramento  e formazione tecnico sportiva “

Con lo stesso provvedimento venivano introdotte :

a) la presenza nelle società,, comunque, del Collegio Sindacale ;

b) l’esclusività dell’oggetto sociale e cioè” l’esercizio di attività sportiva e di attività ad essa connesse e strumentali “.

Ma, soprattutto, veniva introdotto un sistema di controlli sull’equilibrio finanziario delle società.

Venivano, quindi, fissati criteri e modalità di attuazione di tali controlli, sostanzialmente, incentrati sulla regolarità dei bilanci certificati da società di revisione e sull’adempimento degli obblighi retributivi nei confronti di propri dipendenti e delle obbligazioni fiscali.(10)

Peraltro, l’apertura al principio della finalità di lucro spingeva le società ad un massiccio utilizzo della leva finanziaria, tanto da consigliare la Consob ad abolire il divieto per le società calcistiche di ricorrere al mercato azionario e, quindi, di convogliare flussi di risparmio nella ricapitalizzazione delle società.

In questa azione destinatari naturali delle operazioni di funding effettuate dalle società calcistiche ( in ordine temporale : la Lazio spa il 15/04/1998, la AS Roma l’8/05/2000, la Juventus il 3/12/2001) diveniva fisiologicamente il tifoso , in cui alla figura di socio” investitore” si sovrapponeva quella di socio “innamorato” .

Infatti, la presenza di investitori istituzionali o primari si è, storicamente, manifestata in modo del tutto fugace e residuale, lasciando la “distruzione di valore” nelle mani dei soli tifosi azionisti.

La stessa Consob, provvedeva a richiamare  formalmente ( Raccomandazione istiche n. DEM 2080535 del 9.12.2002) le società calcistiche,” a motivo delle peculiari caratteristiche “ di queste e “ per le quali riveste notevole importanza l’attenzione da parete degli organi di informazione…” affinché fornissero al mercato informazioni dettagliate in relazione alle trattative di compravendita dei calciatori. Tali circostanze infatti potevano esporre il mercato “ … al rischio di possibili asimmetrie informative nella diffusione delle notizie  e (quindi)  alterare il regolare funzionamento del mercato “.

 

Proprio per queste caratteristiche le società sportive   e, soprattutto, le società quotate, dovrebbero adottare quelle misure di governo societario che tutelino al massimo tutti i soggetti che si trovano ad interagire con loro.

Mi riferisco, in particolare, all’adozione del modello organizzativo previsto dal D.lgs 231/2001, più volte ampliato ed integrato da successivi provvedimenti, l’ultimo nell’agosto 2009, che ha introdotto nel nostro ordinamento il principio della responsabilità delle società, stabilendo l’adozione di un modello organizzativo che permettesse l’identificazione di aree di rischio nell’esercizio dell’attività d’impresa, consentendo di adottare sistemi di controllo tali da permettere di  prevenire possibili reati. Tale specifico argomento verrà approfondito in altra parte  del presente Convegno.

In questa sede è sufficiente il richiamo  all’adozione di tale modello in un settore che dovrebbe fare dei principi di lealtà, correttezza, trasparenza e efficienza un punto di forza della propria credibilità e della propria  ragione d’essere.

Un’ultima considerazione riguarda gli aspetti macroeconomici del mondo del calcio in Europa, che prevede un ulteriore aumento dei flussi di ricavi totali ( tra l’8 ed il 10%) rispetto a quelli  consuntivati nella stagione precedente in  € 16/mld circa. (11)

Una stima dei ricavi prospettici delle BIG FIVE ( le più importanti Federazioni calcistiche europee: Premier League, Bundesliga; Serie A, Liga spagnola, Ligue 1) vede la concentrazione ( circa il 60%) dei ricavi da diritti televisivi, a fronte di una marginalizzazione dell’incasso da botteghini ( compresi gli abbonamenti), stimata mediamente intorno al 20%.

La Serie A italiana si discosta in negativo da questa media : peso percentuale dei diritti televisivi sul totale ricavi: 63%, e dell’incasso da biglietteria  13%.

Sempre a livello aggregato il trend di crescita dei costi retributivi si attesta mediamente intorno all’8%, con il primato italiano del 12 % , ma soprattutto con un rapporto  medio  costi retributivi / ricavi pari al 65 % . Rapporto che si presenta preoccupante per l’Italia attestandosi al 73% , mantenendo così il primato di “ distruzione di valore”

Su tale situazione generalizzata è intervenuta l’UEFA che ha introdotto dalla stagione 2013/2014 il così detto Fair Play finanziario o meglio il principio di sostenibilità massima di  perdite delle società di calcio le quali, con riferimento ai bilanci 2017/2018, dovranno conseguire l’equiparazione costi/ricavi, pena l’esclusione dalle competizioni internazionali.

Proprio la consapevolezza della gestione deficitaria delle società di calcio, conseguente a fenomeni di sottocapitalizzazione, particolarmente accentuata in Italia, il processo di avvicinamento  al regime  è stato imposto con gradualità decrescente delle perdite cumulate nei due bilanci precedenti la stagione agonistica, sollecitando in tal modo l’apporto di nuovi capitali a copertura delle perdite e, comunque, la sterilizzazione della campagna acquisti dei calciatori, con effetto riduttivo nella valorizzazione del cartellino degli stessi .

Alfredo Parisi

Roma 5 ottobre 2010-10-03

Richiami bibliografici:

1) G.M.Golinelli –“L’approccio sistemico al governo dell’impresa” – Cedam 2000;

2) sul concetto di risonanza si rinvia a G.M. Golinelli, op. cit.;

3)U.Lago,A.Baroncelli,S.Szymanski- “Il business del calcio”- Etas 2004;

4) R. Normann- “La gestione strategica dei servizi” – Etas 1990;

5) R.Normann, op.cit.

6)G.Teotino,M.Uva\-“ La ripartenza” – Il Mulino 2010;

7) G.Teotino,M.Uva, op.cit.

8)G.Teotino,M.Uva, op.cit.

9)LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica-“La palla non è rotonda” 2005;

10) Per un approfondimento giuridico vedasi M.Valori-“ Il diritto nello sport” Giappichelli- Torino 2010;

11)cfr. Deloitte Annual Review of Football finance 2010, inoltre UEFA  27/05/2010

I gruppi sociali (stakeholder) che ruotano intorno all’impresa sportiva determinano le
scelte strategiche delle società, la cui logica evolutiva non può non rispecchiare le
attese degli stakeholder, siano essi interlocutori sociali che economico-finanziari. E’
nella risoluzione di questa conflittualità tra interessi diffusi ( stakeholder) ed interessi
primari ( dell’impresa) che si realizza il valore aziendale.
In una simile visione, come da tempo teorizzato ( Friedman – 1984), i competitor di
settore “.. manifestano interesse al mantenimento delle imprese rivali ritrovando nel
fenomeno della concorrenza lo stimolo al cambiamento migliorativo nella ricerca di
quel vantaggio competitivo che si traduce nella creazione di valore “ .(1)
Questa considerazione sembra adattarsi in modo specifico proprio alle imprese
calcistiche.
In modo più generalizzante è possibile affermare che “…il calcio è diventato un
business grazie alla concorrenza “.
Lo sport in quest’ottica impone “.. la ricerca di risonanza “con i propri interlocutori
sociali.
Condizioni di risonanza che devono essere gestite “…. con i sovrasistemi che
esercitano, con maggiore e minore grado di intensità, pressioni ed attese sul sistema
impresa”.(2)
Tale impostazione trova ulteriore conferma nell’approfondita analisi di settore
recentemente effettuata, (3) che evidenzia la caratterizzazione dello sport
professionistico nel quale interviene “…. una pluralità di attori …. a vari livelli nel
processo di produzione caratteristico del settore, ossia l’erogazione della prestazione
sportiva, svolgendo una funzione interdipendente e sistemica. “ .
2
Riprendendo le fila del nostro discorso e definita l’impresa come sistema, l’ultimo
passo nella nostra ricerca di identificazione, anche nominalistica, dell’impresa
sportiva ci porta ad inquadrarla come azienda di servizi in cui “…… il momento
della produzione e del marketing tendono a coincidere sino a costituire una unica
funzione .”(4).
In sostanza l’impresa sportiva deve la sua ragione d’esistere alla presenza del proprio
cliente-consumatore con il quale concretizza un legame essenziale che la porta a
realizzare profitti .
Non è casuale che per tale figura sia stato creato un efficace nominalismo :
Prosumer, cioè colui che è contemporaneamente product e consumer del
servizio.(5)
Tutto ciò comporta una impostazione strategica sconosciuta nel nostro mondo
sportivo che deve ripensare il proprio ruolo nell’accettazione di una nuova visione
che coniughi i principi propri di una sana gestione economica con la capacità di
competere e di soddisfare le esigenze dei propri clienti- consumatori.
In tale accezione e, comunque, nel contesto dei sovrasistemi tipici del mondo
sportivo , primi fra tutti quello istituzionale-amministrativo locale e finanziario e
muovendoci nell’alveo della concezione sopra richiamata dell’azienda sportiva
erogatrice di servizi , si deve rilevare come non sia stata ancora presa in
considerazione proprio la figura del consumatore- tifoso, anzi come la stessa sia stata
volutamente emarginata .
In verità, in una recentissima pubblicazione (6), il ruolo dei tifosi viene preso in
considerazione nel tentativo di disegnare un diverso sistema di governance delle
società di calcio.
Il richiamo alle raccomandazioni dell’All Party Parliamentary Football Group,
relativamente alla tifoseria inglese, presenta una certa assonanza con l’iniziativa
italiana di Federsupporter, nata nel gennaio 2010 in un contesto di indifferenza e di
scetticismo e, comunque, di timore del “nuovo” , in un settore ingessato nei suoi
confini ed attori storici .
Elemento di novità e di differenziazione rispetto alle raccomandazioni inglesi è dato
dal ruolo istituzionale e sindacale che si propone Federsupporter. Sullo specifico
argomento si tornerà in dettaglio nel prosieguo.
Orbene nella costruzione teorica sulla quale stiamo ragionando Federsupporter
diventa uno degli stakeholder o meglio uno dei sovrasistemi con i quali deve
interagire la società sportiva.
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Il citato studio (7) richiama i concetti sopra espressi ed evidenzia che il sistema
sportivo ignora “… il parere dei suoi consumatori… benché questi consumatori siano
molto più che normali clienti, in quanto rappresentano spesso il cuore stesso di una
società di calcio, la sua memoria storica, le sue aspirazioni presenti e future .”.
Tale impostazione, peraltro, si autoalimenta nel suo percorso evolutivo con un
riferimento, non troppo positivo, alla rappresentanza ultras, ancorché non meglio
definita sia giuridicamente che istituzionalmente.
Così come l’individuazione nella tessera del tifoso ( per la cui disamina si rinvia al
successivo approfondimento) di uno strumento “.. per costruire una forma di
rappresentanza della categoria” appare non corretta né perseguibile.
Ma ciò che è importante sottolineare è che un’ altra voce , autorevole, si affianca a
Federsupporter nel richiamare nel mondo dello sport il ruolo del tifoso- consumatore
rappresentato.
Tutto ciò porta, pertanto, a rivisitare il mondo del calcio e dello sport più in generale,
nel convincimento che “ la squadra di calcio appartiene ad una comunità e il
proprietario non può fare tutto quello che vuole perché l’azienda di calcio non è una
azienda come le altre.”.(8)
Al riguardo è rilevante citare alcune delle conclusioni di una ricerca effettuata (9)
che, efficacemente, inquadra il fenomeno nei suoi aspetti sociologici.
“….Il calcio conferma innanzitutto, la sua capacità di coinvolgere ed appassionare
un’elevatissima porzione della popolazione: quasi una persona su due:……Il calcio si
propone ancora come ambito -uno degli ultimi di massa- dove nascono e si
consolidano identità forti e durature. Un patrimonio di questi tempi, seppure riferito
ad una dimensione del tutto particolare, come quella sportiva ……”
In questa logica l’impresa-calcio nel contesto dei suoi mercati di riferimento deve
poter rispondere anche in termini pubblicistici ai principi ed alle norme societarie e
non continuare a vivere in un sistema autoreferenziale che marginalizza leggi e regole
in un sistema di governo che deve poter rispondere non soltanto a se stesso.
Le anomalie che regolamentano i rapporti tra gli attori dell’impresa, tra i primi i
calciatori, sui quali si tornerà in seguito, ne sono un esempio lampante, così come i
sistemi di controllo e di rappresentatività delle minoranze azionarie .
La legge n. 91 del 1981 è la pietra angolare sulla quale è stato costruito il sistema
sportivo professionistico che andava a modificare la finalità della società prevista
dalla precedente delibera della FIGC che nell’obbligare l’assunzione della forma
societaria ( spa o srl) alle società sportive ne sanciva l’esclusione di finalità di lucro.
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Infatti, con la richiamata legge 91 ( art. 10, 2°è comma) si stabiliva che la società
dovesse inserire nel proprio statuto l’obbligo di reinvestimento degli utili generati
dalla gestione “ per il perseguimento esclusivo dell’attività sportiva”.
Su questa figura giuridica atipica di società di capitali interveniva, nel dicembre
1995, una decisione della Corte di Giustizia della Comunità Europea ( sentenza
Bosman) che nel riconoscere il diritto del calciatore, una volta scaduto il contratto
con la propria società di appartenenza, di trasferirsi ad altra società, senza che
quest’ultima fosse tenuta a pagare alcun indennizzo per il trasferimento, così come
peraltro previsto dall’art. 6 della legge 91.
L’impatto sui bilanci delle società era dirompente.
Con un intervento legislativo successivo ( D.L. 20/09/1996 n. 485, convertito con
modificazioni dalla L. 18/11/1996, n.586) si interveniva, in una logica di salvaguardia
delle situazioni patrimoniali delle società sportive professionistiche, modificando le
finalità statutarie precedenti e consentendo, come per tutte le società di capitali
regolate dal codice civile, la distribuzione degli utili ai soci,con un contemporaneo
obbligo, peraltro, di destinazione di una parte marginale degli utili stessi ( 10%) “ a
scuole giovanili di addestramento e formazione tecnico sportiva “.
Con lo stesso provvedimento venivano introdotte :
a) la presenza nelle società,, comunque, del Collegio Sindacale ;
b) l’esclusività dell’oggetto sociale e cioè” l’esercizio di attività sportiva e di attività
ad essa connesse e strumentali “.
Ma, soprattutto, veniva introdotto un sistema di controlli sull’equilibrio finanziario
delle società.
Venivano, quindi, fissati criteri e modalità di attuazione di tali controlli,
sostanzialmente, incentrati sulla regolarità dei bilanci certificati da società di
revisione e sull’adempimento degli obblighi retributivi nei confronti di propri
dipendenti e delle obbligazioni fiscali.(10)
Peraltro, l’apertura al principio della finalità di lucro spingeva le società ad un
massiccio utilizzo della leva finanziaria, tanto da consigliare la Consob ad abolire il
divieto per le società calcistiche di ricorrere al mercato azionario e, quindi, di
convogliare flussi di risparmio nella ricapitalizzazione delle società.
In questa azione destinatari naturali delle operazioni di funding effettuate dalle
società calcistiche ( in ordine temporale : la Lazio spa il 15/04/1998, la AS Roma
l’8/05/2000, la Juventus il 3/12/2001) diveniva fisiologicamente il tifoso , in cui alla
figura di socio” investitore” si sovrapponeva quella di socio “innamorato” .
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Infatti, la presenza di investitori istituzionali o primari si è, storicamente, manifestata
in modo del tutto fugace e residuale, lasciando la “distruzione di valore” nelle mani
dei soli tifosi azionisti.
La stessa Consob, provvedeva a richiamare formalmente ( Raccomandazione istiche
n. DEM 2080535 del 9.12.2002) le società calcistiche,” a motivo delle peculiari
caratteristiche “ di queste e “ per le quali riveste notevole importanza l’attenzione da
parete degli organi di informazione…” affinché fornissero al mercato informazioni
dettagliate in relazione alle trattative di compravendita dei calciatori. Tali circostanze
infatti potevano esporre il mercato “ … al rischio di possibili asimmetrie informative
nella diffusione delle notizie e (quindi) alterare il regolare funzionamento del
mercato “.
Proprio per queste caratteristiche le società sportive e, soprattutto, le società quotate,
dovrebbero adottare quelle misure di governo societario che tutelino al massimo tutti
i soggetti che si trovano ad interagire con loro.
Mi riferisco, in particolare, all’adozione del modello organizzativo previsto dal D.lgs
231/2001, più volte ampliato ed integrato da successivi provvedimenti, l’ultimo
nell’agosto 2009, che ha introdotto nel nostro ordinamento il principio della
responsabilità delle società, stabilendo l’adozione di un modello organizzativo che
permettesse l’identificazione di aree di rischio nell’esercizio dell’attività d’impresa,
consentendo di adottare sistemi di controllo tali da permettere di prevenire possibili
reati. Tale specifico argomento verrà approfondito in altra parte del presente
Convegno.
In questa sede è sufficiente il richiamo all’adozione di tale modello in un settore che
dovrebbe fare dei principi di lealtà, correttezza, trasparenza e efficienza un punto di
forza della propria credibilità e della propria ragione d’essere.
Un’ultima considerazione riguarda gli aspetti macroeconomici del mondo del calcio
in Europa, che prevede un ulteriore aumento dei flussi di ricavi totali ( tra l’8 ed il
10%) rispetto a quelli consuntivati nella stagione precedente in € 16/mld circa. (11)
Una stima dei ricavi prospettici delle BIG FIVE ( le più importanti Federazioni
calcistiche europee: Premier League, Bundesliga; Serie A, Liga spagnola, Ligue 1)
vede la concentrazione ( circa il 60%) dei ricavi da diritti televisivi, a fronte di una
marginalizzazione dell’incasso da botteghini ( compresi gli abbonamenti), stimata
mediamente intorno al 20%.
La Serie A italiana si discosta in negativo da questa media : peso percentuale dei
diritti televisivi sul totale ricavi: 63%, e dell’incasso da biglietteria 13%.
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Sempre a livello aggregato il trend di crescita dei costi retributivi si attesta
mediamente intorno all’8%, con il primato italiano del 12 % , ma soprattutto con un
rapporto medio costi retributivi / ricavi pari al 65 % . Rapporto che si presenta
preoccupante per l’Italia attestandosi al 73% , mantenendo così il primato di “
distruzione di valore”
Su tale situazione generalizzata è intervenuta l’UEFA che ha introdotto dalla stagione
2013/2014 il così detto Fair Play finanziario o meglio il principio di sostenibilità
massima di perdite delle società di calcio le quali, con riferimento ai bilanci
2017/2018, dovranno conseguire l’equiparazione costi/ricavi, pena l’esclusione dalle
competizioni internazionali.
Proprio la consapevolezza della gestione deficitaria delle società di calcio,
conseguente a fenomeni di sottocapitalizzazione, particolarmente accentuata in Italia,
il processo di avvicinamento al regime è stato imposto con gradualità decrescente
delle perdite cumulate nei due bilanci precedenti la stagione agonistica, sollecitando
in tal modo l’apporto di nuovi capitali a copertura delle perdite e, comunque, la
sterilizzazione della campagna acquisti dei calciatori, con effetto riduttivo nella
valorizzazione del cartellino degli stessi .
Alfredo Parisi
Roma 5 ottobre 2010-10-03
Richiami bibliografici:
1) G.M.Golinelli –“L’approccio sistemico al governo dell’impresa” – Cedam 2000;
2) sul concetto di risonanza si rinvia a G.M. Golinelli, op. cit.;
3)U.Lago,A.Baroncelli,S.Szymanski- “Il business del calcio”- Etas 2004;
4) R. Normann- “La gestione strategica dei servizi” – Etas 1990;
5) R.Normann, op.cit.
6)G.Teotino,M.Uva\-“ La ripartenza” – Il Mulino 2010;
7) G.Teotino,M.Uva, op.cit.
7
8)G.Teotino,M.Uva, op.cit.
9)LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica-“La palla non è rotonda” 2005;
10) Per un approfondimento giuridico vedasi M.Valori-“ Il diritto nello sport”
Giappichelli- Torino 2010;
11)cfr. Deloitte Annual Review of Football finance 2010, inoltre UEFA 27/05/2010
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Ultimo aggiornamento Martedì 01 Febbraio 2011 09:23