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Il compenso del procuratore costituisce reddito imponibile per il calciatore PDF Stampa E-mail
Scritto da Criteria Ricerche   
Venerdì 15 Aprile 2011 11:26

Il compenso del procuratore costituisce reddito imponibile per il
calciatore. Una sentenza “devastante” della Commissione
Tributaria di Roma
A cura dell’avv. Roberto Betti – consigliere Federsupporter
La sentenza n. 1/01/10, depositata il 18 gennaio 2010, della sezione prima della
Commissione Tributaria Provinciale di Roma segna un … goal importante in
favore del Fisco nelle controversie tributarie inerenti alle triangolazioni tra
procuratori, calciatori e società di calcio, spesso più perverse di quelle cantate da
Renato Zero. La questione è stata recentemente oggetto di svariati rilievi che l’Agenzia delle
Entrate ha effettuato nei confronti di società di calcio (ci risultano in particolare i
casi della Lazio e della Juventus, peraltro già apparsi sulla stampa).
L’Agenzia delle Entrate ha sostenuto in tali contestazioni che i compensi dovuti al
procuratore del giocatore, trattandosi di prestazioni effettuate dallo stesso
nell’interesse del calciatore, se pagati dalla società da cui il giocatore dipende,
costituiscono compensi in natura e quindi, in quanto tali, concorrono a formare il
reddito imponibile del calciatore e sono assoggettabili (o, meglio, avrebbero dovuto
essere assoggettati) a ritenuta d’acconto IRPEF.
I giudici tributari ritengono, infatti, che a beneficiare dell’attività del procuratore
sia esclusivamente il calciatore e, per tale ragione, poiché è la società a sostenere
la spesa, il compenso dei procuratori deve considerarsi come un vero e proprio
fringe benefit (compenso in natura) pagato dalla società a favore del giocatore che
concorre alla formazione del reddito di lavoro dipendente dello stesso, come
statuisce l’art. 51, comma 3, del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Testo Unico
delle Imposte sul Reddito).
In realtà, la Commissione ha precisato che, in via astratta, non può ritenersi che
un procuratore non possa esercitare la propria attività in favore di una società
sportiva, ma ciò non può avvenire contestualmente alla prestazione di un’attività
di “mediazione” (o, meglio, di assistenza contrattuale nel momento della stipula di
un contratto di lavoro presso una società sportiva) in quanto ciò contrasterebbe
con il Regolamento dell’esercizio dell’attività di agente dei calciatori che,
all’articolo 3, vieta che l’agente possa svolgere attività di consulenza alla società,
qualora determini una situazione di conflitto di interessi con l’attività di agente di
calciatore.
La Commissione ha rilevato che la circostanza secondo cui il procuratore abbia
effettuato prestazioni in favore della società risulta nel caso di specie contraddetta
dai fatti e quindi non provata, lasciando implicitamente desumere, da un lato,
che tale prova debba essere fornita dalla società sportiva, dall’altro che se invece
fosse stata raggiunta la prova di tale attività in favore della società, la conclusione
avrebbe potuto essere diversa.
Va peraltro rilevato che la Commissione non affronta il tema di “quale attività” poi
il procuratore avrebbe nel caso di specie svolto in favore della società. Trattandosi
di stipula o rinnovo di un contratto di lavoro, tale attività consisterebbe
verosimilmente nella mediazione inerente ad un rapporto di lavoro (dipendente,
come è il rapporto di lavoro dei giocatori di calcio) e quindi in un’attività vietata
dalla legge o, meglio, consentita, a determinate condizioni, solo a specifici
operatori tra i quali, in linea generale, i procuratori non rientrano.
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La società calcistica, pertanto, avrebbe dovuto effettuare la ritenuta a titolo di
acconto sul compenso in natura, ritenuta che ovviamente graverebbe sui
compensi monetari spettanti al calciatore, come prescrive l’art. 23 del D.P.R. 29
settembre 1973, n. 600.
Nel caso esaminato dai giudici tributari, come presumibilmente negli altri casi
“sotto tiro” da parte dell’Amministrazione Finanziaria infatti, il calciatore
professionista aveva dichiarato solo il suo compenso, senza considerare anche il
compenso del procuratore. I giudici inoltre rammentano che, qualora il datore di
lavoro non effettui la ritenuta o la effettui, ma non la versi all’Erario, l’Ente
impositore può chiedere l’adempimento dell’obbligazione tributaria anche al
lavoratore. La Commissione, riprendendo le statuizioni in merito della Corte di
Cassazione, ha rammentato che, in applicazione del principio di solidarietà
nell’obbligazione tributaria tra datore di lavoro e lavoratore (sostituto e sostituito
d’imposta), la mancata effettuazione della ritenuta da parte della società datore di
lavoro non esime il lavoratore dal dover dichiarare il reddito in natura e pagare le
relative imposte.
Il caso esaminato dalla sentenza commentata, a desumere da quanto emerge
dalla sua lettura, non è isolato, ma costituisce un comportamento reiterato posto
in essere dalla società in questione (la A.S. Roma s.p.a.) per cui è opportuno
restare in attesa della trattazione in sede giudiziaria di altri casi, magari riferiti a
nomi più eclatanti di quello oggetto della controversia e, conseguentemente, ad
importi ben più significativi.
Pur rilevando che una singola sentenza, pur tecnicamente ben strutturata a
parere di chi scrive e riccamente motivata ed articolata sotto il profilo di diritto,
non può di per sé fare stato e ritenersi come un orientamento consolidato in
giurisprudenza, c’è da chiedersi ora come si comporteranno la società interessata
e le altre società che sono state già raggiunte da verifiche fiscali o avvisi di
accertamento, visto che il baldanzoso convincimento di “avere ragione” sulla
fondatezza dei propri comportamenti manifestato, ad esempio, dalla S.S. Lazio
nella relazione del Consiglio di Sorveglianza all’esercizio chiuso al 30 giugno
2009, dovrebbe essere, quanto meno, rimeditato.
Infatti, la circostanza che ora gli organi di giustizia tributaria confermano la
validità degli accertamenti effettuati dall’Agenzia delle Entrate comporta:
• una possibile passività fiscale da imputare al bilancio delle società sotto
forma di accantonamento, pari, quanto meno, alle sanzioni irrogabili per la
mancata effettuazione delle ritenute IRPEF; infatti, se è vero che l’obbligo
d’imposta, secondo quanto affermato dalla giurisprudenza, grava anche sul
giocatore, è altrettanto vero che la mancata effettuazione delle ritenute
costituisce violazione autonomamente sanzionabile in capo alla società,
anche, ricorrendone i limiti quantitativi, sotto l’aspetto penale;
• il pagamento dei contributi previdenziali sugli importi erogati “in natura”;
• una falsa rappresentazione in bilancio, in quanto i compensi pagati ai
procuratori verosimilmente non sono affluiti sotto la voce “costo del lavoro”
(con conseguenze anche ai fini IRAP);
• problematiche anche in materia di IVA, sostanziali e sanzionatorie (non
affrontate dalla Commissione Tributaria nella sentenza commentata,
verosimilmente in quanto l’accertamento impugnato riguardava solo
l’IRPEF), conseguenti alla indetraibilità dell’imposta pagata dalla società al
procuratore sulle fatture da questo emesse nei confronti della società
stessa.
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Tutto ciò aggravato dalla pluralità e dalla reiterazione nel tempo di questi
comportamenti e, di conseguenza, dagli importi coinvolti che saranno
probabilmente, in molti casi, tutt’altro che indifferenti.
C’è da chiedersi ora come si atteggeranno le società, se cioè persisteranno nei loro
comportamenti, ritenendosi sempre nel giusto ed aspettando il possibile colpo di
mannaia finale della Cassazione, o se li modificheranno radicalmente, con buona
pace dei “poveri” calciatori, che si troveranno costretti a pagare i propri
consulenti, come tutti i comuni mortali.
C’è da chiedersi poi come si comporteranno gli organi di controllo delle società
(Collegi sindacali, Consigli di Sorveglianza, società di revisione, CONSOB per le
società quotate) di fronte a tali situazioni ed ai possibili riflessi sui bilanci e sugli
interessi degli azionisti e dei terzi.
In definitiva, la sentenza della Commissione Tributaria può rappresentare,
diversamente di quanto osservatori distratti potrebbero ritenere, un tizzone
lanciato in una polveriera che potrebbe essere in grado di incidere sui
comportamenti futuri e, per il passato, creare nuove passività per le società (e per
i giocatori) interessati.
Osserveremo se si tratta di un fuoco di paglia o di un incendio devastante. I
sintomi, oggi, sono tutti per la seconda ipotesi.
Un consiglio poi agli amici giornalisti: quando nelle cronache di calcio mercato
cercate di sapere quale è l’ammontare dei contratti sottoscritti dalle stelle del
calcio, non esitate a farvi precisare se tali importi comprendono o meno i
compensi pagati ai “loro” procuratori.
Un nuovo fronte di contestazioni fiscali riguarda poi le somme pagate dalle
società di calcio per lo sfruttamento dei diritti dell’immagine degli sportivi
professionisti, magari a società off shore o, comunque, partecipate in modo
ambiguo e non trasparente, a seguito di un’altra importante e recentissima
sentenza, questa volta emessa dalla Corte di Cassazione nei confronti di una …
non meglio precisata società di calcio facente parte del gruppo Fininvest.
Ma questo è un altro capitolo di un libro che si sta appena cominciando a
scrivere.